Dizionario della Moda

Il lessico della moda | Guide BEBRAND
Guide BEBRAND · Lessico di stile
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Vol. 1 — Dalla A alla B

Il lessico segreto
della moda

Le parole che chi lavora in sartoria usa ogni giorno senza pensarci — e che raccontano, meglio di ogni trend, come nasce davvero un capo.

C'è un momento, nella vita di chiunque si avvicini sul serio al mondo della moda, in cui ci si accorge di parlare un'altra lingua. Non è francese, non è inglese: è il gergo di chi taglia, cuce e monta i capi, fatto di parole antiche che sopravvivono intatte da secoli accanto a termini presi in prestito da un film, da una città inglese, da un impero scomparso. Conoscerle non è un vezzo da addetti ai lavori: è il primo modo per capire che dietro ogni indumento, prima ancora che diventi un brand, c'è una sequenza precisissima di scelte tecniche.

Capitolo I

I tessuti che parlano

Ogni capo comincia da una fibra, e ogni fibra ha un carattere. L'alpaca arriva dalle Ande, dal pelo di un camelide che produce un filato caldissimo, leggero e naturalmente privo di quella componente grassa che rende la lana un po' "pungente": per questo finisce spesso nei maglioni più pregiati. L'angora, ricavata dal pelo del coniglio omonimo, ha l'effetto opposto e complementare: un alone morbido e vaporoso che nessuna fibra sintetica riesce davvero a imitare. Poi ci sono le fibre nate in laboratorio: l'acetato, lucido e fluido, perfetto per le fodere che devono scivolare senza attrito; l'acrilico, che imita il calore della lana restando leggero e facile da lavare; e l'alcantara, il microfibra italiano dall'aspetto scamosciato che dagli anni Settanta ha conquistato tanto la moda quanto gli interni delle auto di lusso. Chiude il capitolo l'astrakan, il pelo fittamente arricciato che un tempo definiva il lusso invernale e che oggi si ritrova soprattutto in versione tessuta, come omaggio a una texture entrata nell'immaginario collettivo.

Un abito non è mai soltanto un abito: è la somma di ogni scelta tecnica che lo ha preceduto.

Capitolo II

I capi che hanno fatto la storia

Certi capi sono diventati così comuni da farci dimenticare quanto siano specifici. L'abito, nella sua definizione più ampia, è semplicemente "il modo di vestire": cambia nome a seconda dell'occasione, ma resta il capo che più di ogni altro definisce chi lo indossa. L'anorak, nato come indumento delle popolazioni artiche per proteggere dal vento glaciale, oggi vive una seconda vita tra streetwear e alta montagna, sempre riconoscibile dal cappuccio imbottito. L'aran porta il nome delle isole irlandesi dove è nato: un maglione in lana grezza lavorato a trecce e punti in rilievo, pensato per resistere al freddo dell'oceano prima ancora che alla moda. Diverso il destino dell'autocoat, un soprabito corto e sportivo disegnato agli albori dell'automobile per lasciare libertà di movimento a chi guidava. E poi c'è l'accappatoio, il cui nome deriva da "cappa": in spugna, pensato per un solo compito, asciugare bene e in fretta.

Capitolo III

Gli accessori che completano il racconto

Sono gli accessori, spesso, a rendere riconoscibile uno stile. La ballerina prende il nome dalle scarpette da danza cui somiglia: suola piatta, punta arrotondata, un cordoncino decorativo che ne segue il bordo. Il baguette bag, lanciato a fine anni Novanta, deve il proprio nome alla forma allungata che ricorda il pane francese: da allora è diventato uno degli accessori più citati nella storia recente della moda. L'ascot è una cravatta ampia, quasi un foulard, che prende il nome dalla città inglese sede delle celebri corse ippiche, dove veniva indossata per completare la mise da gentleman. La bandana, fazzoletto di cotone stampato, nasce come accessorio pratico per il lavoro e diventa nel tempo un simbolo trasversale, tra sport e street style. Gli alamari, allacciature a cordoncino tipiche delle uniformi militari, sopravvivono oggi nei cappotti dal taglio più deciso, mentre la babbuccia, calzatura orientale priva di tacco con la punta rivolta verso l'alto, resta l'archetipo di ogni pantofola da interno.

Capitolo IV

I dettagli che solo un sarto nota

È qui che si misura davvero la differenza tra un capo pensato e uno improvvisato. L'arricciatura è la tecnica che dà volume a un tessuto, increspandolo lungo un filo o un nastro. La balza è la fascia arricciata cucita sull'orlo, capace da sola di cambiare il movimento di una gonna. L'armatura è invece il modo in cui i fili si incrociano nel telaio: tela, saia o raso, tre intrecci base da cui derivano infinite varianti di superficie e mano del tessuto. L'asola, la fessura rifinita dove passa il bottone, può essere puramente decorativa o parte di una chiusura vera e propria. E infine l'orlo a giorno, una lavorazione a mano che sfila alcuni fili del tessuto per creare una linea traforata: un dettaglio minuscolo, ma capace di dire, a chi sa guardare, che quel capo è stato fatto con cura.

Conoscere le parole è il primo passo

In BEBRAND questo lessico non resta sulla carta: è il linguaggio che usiamo ogni giorno per trasformare un'idea in una scheda tecnica, e una scheda tecnica in un capo reale, cucito in Italia. Se hai già in mente un progetto e vuoi iniziare a parlare la stessa lingua della tua sartoria, il primo passo è la Call Startup.

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